LA NOSTALGIA DI CHI VIVE ALL’ESTERO E IL PESO DELLA DISTANZA

Oggigiorno, la distanza da casa non è più così insormontabile come poteva essere un tempo, e il nostro sentirci lontani, mentalmente, è ridimensionato. E così anche la nostalgia sembra attenuarsi.
Abbiamo imparato ad organizzarci con i voli, ci sentiamo con frequenza attraverso una videochiamata, ci scambiamo foto, notizie, piccoli episodi della giornata quasi in tempo reale.
E nel frattempo continuiamo a costruirci la nostra vita altrove, con nuovi riferimenti, nuove amicizie, nuovi luoghi nei quali ci sentiamo a nostro agio. Quello che inizialmente chiamavamo “estero”, a un certo punto, diventa semplicemente casa.
Ma basta una ricorrenza alla quale avresti voluto partecipare, qualcuno che attraversa un momento difficile, un genitore che inizia ad avere bisogno di un aiuto in più, oppure molto più semplicemente il desiderio di passare a trovare una persona cara per un caffè, per ricordarti che tra te e lei ci sono centinaia o migliaia di chilometri.
In quei momenti tutti quegli straordinari accorcia-distanze ai quali ci siamo abituati mostrano improvvisamente il loro limite e i chilometri tornano ad essere chilometri. Il “mi manchi” comincia a trasformarsi in: “vorrei essere lì”.
Il peso di ciò che lasciamo
Quando mi sono trasferita all’estero, ciò che mi pesava maggiormente era sapere quanto la mia partenza facesse soffrire i miei genitori.
Sapevo perfettamente perché stavo andando via. Volevo costruire nuove opportunità per la mia giovane famiglia, crescere i miei figli in una città che sentivo ricca di possibilità, provare una strada che in quel momento, rimanendo dov’ero, faticavo a vedere.
Ma sentivo, con altrettanta forza, il peso di ciò che lasciavo.
I miei genitori avevano investito tanto su di me, mi avevano permesso di studiare, avevano costruito una casa pensando anche al mio futuro e improvvisamente quella casa sarebbe rimasta vuota. Soprattutto, i loro nipoti sarebbero cresciuti lontano e loro avrebbero perso quella quotidianità fatta di cose piccole, spesso insignificanti fino a quando non ci si rende conto che non ci saranno.
Ricordo ancora una frase che mi disse una persona della mia famiglia: “Poveri i tuoi, che vedono andare via la figlia, un riferimento”.
Mi fece molto male. Mi arrabbiai perché non mi sentivo capita e, nello stesso tempo, quelle parole riuscirono a toccare proprio il punto sul quale io stessa ero vulnerabile: il senso di colpa.
Forse una delle prime battaglie interiori di chi sceglie di vivere altrove nasce proprio qui: quanto possiamo scegliere la nostra vita senza sentirci responsabili della tristezza di chi resta?
All’epoca difendevo con forza la mia decisione, perché sapevo che partire non significava abbandonare qualcuno. Significava guardare avanti e scegliere ciò che sentivo fosse meglio.
Poi gli anni sono passati e le domande sono rimaste, ma hanno cambiato forma.
Anche la distanza invecchia insieme a noi
Mentre noi costruiamo una vita altrove, anche la vita che abbiamo lasciato continua a muoversi.
Crescono i figli, cambiano le amicizie, alcune relazioni si rafforzano e altre lentamente si allontanano; i nostri genitori, che nel momento della partenza rappresentavano ancora un punto fermo e rassicurante, iniziano ad invecchiare.
Oggi, quando penso ai miei, sento sempre più forte il desiderio di vederli, abbracciarli, ascoltare i loro racconti, anche quelli nostalgici della loro vita, anche quelli già sentiti più volte. Quando torno, i primi giorni, mi godo il piacere di stare con loro. Poi lentamente mi rendo conto del tempo che è passato: Lo vedo nei loro corpi, nelle cose che iniziano a fare con maggiore fatica, nelle piccole incombenze quotidiane che un tempo svolgevano senza pensarci e che oggi richiedono più energia.
E così la distanza cambia ancora sapore.
Al “mi manchi” si aggiunge il pensiero: “vorrei poterti aiutare”.
Piccole cose. E forse proprio per questo capaci di pesare tanto.
Perché se una persona che ami vive vicino puoi prendere la macchina e andare. Se vive in un altro Paese, per esserci devi organizzare un viaggio.
Ed è proprio dentro questa impossibilità di intervenire con la stessa immediatezza che può farsi strada una domanda molto più difficile da gestire della semplice nostalgia:
“Sto facendo abbastanza?”
Sebbene i miei cari siano ancora autosufficienti e abbiano accanto supporti a cui fare costantemente affidamento, sento nuovamente accrescere in me il senso di colpa, perché io, che potrei fare tante cose per loro, sono lontana.
L’idea della “brava figlia”
Uno studio del 2025 si è concentrato proprio sul senso di colpa legato alla cura dei genitori e ha mostrato qualcosa che trovo particolarmente interessante: vivere in un altro Paese rispetto ai propri genitori, da solo, non sembra spiegare completamente quel senso di colpa.Entrano in gioco anche le norme culturali e le aspettative che abbiamo interiorizzato rispetto a ciò che un figlio dovrebbe fare per i propri genitori.
Leggendolo ho pensato a una convinzione che dentro di me esiste con grande chiarezza: una brava figlia dovrebbe prendersi cura dei propri genitori come loro si sono presi cura di lei quando era bambina.
È una convinzione che contiene amore e gratitudine, certamente, ma probabilmente anche la mia storia, la mia educazione e la cultura nella quale sono cresciuta. Mi chiedo quanto alcune idee che abbiamo assorbito negli anni diventino particolarmente visibili proprio quando la distanza ci impedisce di rispettarle fino in fondo.
Il pensiero “dovrei esserci” può nascere da un bisogno reale della persona che amiamo, ma può avere dentro anche il modello che abbiamo costruito di ciò che significa essere una buona figlia, una buona sorella, una buona amica.
Riuscire a distinguerli cambia parecchio il modo di vivere quella sensazione.
Tornare mi ricorda quanto mi mancano. E anche perché sono partita.
Oggi, ogni volta, poco prima di partire per tornare in Italia, sento pulsare desiderio di arrivare, di rivedere i miei genitori, potrei dire, quasi l’urgenza di viverli, di fare scorta di un tempo che ora percepisco prezioso.
Poi arrivo e succede una cosa apparentemente contraddittoria: mentre vedo con maggiore chiarezza quanto mi sono mancati, mi ricordo anche perché sono andata via.
Riconosco la vita che probabilmente avrei avuto se fossi rimasta e penso a tutto quello che la decisione di partire mi ha permesso di sperimentare, costruire e diventare.
Alla partenza sento riaffiorare molta tristezza, soprattutto perché leggo nei loro occhi quella sorta di rassegnazione al saluto.
Ma appena atterro a Barcellona la sola vista delle palme mi procura una piccola, sottile allegria. Sento che sto tornando a casa. Mi sento persino un po’ in colpa per quella gioia, come se per qualche istante stessi chiudendo gli occhi sui problemi appena lasciati.
Ma posso essere triste nel lasciare i miei genitori e felice di tornare a casa. Posso desiderare di stare più vicino a loro e sapere che non vorrei rinunciare alla vita che ho costruito. Posso provare gratitudine per ciò che ho ricevuto e continuare a scegliere la strada che sento mia.
Sono emozioni apparentemente contraddittorie, ma entrambe vere.
E forse una parte della fatica nasce proprio dal tentativo di obbligarci a scegliere quale delle due sia quella corretta.
Cosa appartiene a loro e cosa appartiene a me
Qualche tempo fa, mentre mi preoccupavo per come vivevano i miei genitori, una persona cara a tutti noi mi disse: “Ma loro stanno bene così, sono tranquilli”.
Quella frase mi ha fatto pensare: e se una parte delle mie preoccupazioni fosse soprattutto mia?
Da allora, quando penso “dovrei essere lì”, provo a chiedermi:
Che cosa sta succedendo davvero?
Che cosa sto temendo?
Che cosa posso fare?
Mi aiuta a distinguere un bisogno reale dal senso di colpa, ciò che posso cambiare da ciò che non dipende da me.
Perché amare qualcuno non significa poterlo proteggere da tutto. E la distanza, questo limite, ce lo rende ancora più evidente.
Restare legate continuando a crescere
Una recente raccolta di studi sulle famiglie transnazionali propone una prospettiva che sento molto vicina alla mia esperienza: il nostro benessere continua a essere legato a quello delle persone con cui abbiamo relazioni significative anche quando viviamo in Paesi diversi.
Continuiamo a “fare famiglia” attraverso telefonate, viaggi, sostegno, presenza emotiva, preoccupazioni, decisioni e diverse forme di cura.
Forse per questo la nostalgia non scompare con l’adattamento.
Si trasforma insieme a noi.
Con gli anni sto imparando che forse vivere all’estero richiede anche questo: trovare un nostro modo di mantenere vivi i legami con ciò da cui veniamo mentre continuiamo a dare spazio alla persona che siamo diventate.
Le nostre radici continuano ad avere valore perché raccontano da dove veniamo, le persone che ci hanno accompagnato, i valori che abbiamo ricevuto, una parte importante della nostra storia. Possiamo continuare a nutrirle senza necessariamente vivere nello stesso terreno nel quale sono nate.
Forse, allora, anche la domanda può lentamente cambiare.
Da “sto facendo abbastanza?”, che porta facilmente con sé il giudizio e il senso di colpa, a:
“Come desidero prendermi cura delle persone e dei legami che amo, restando fedele anche alla vita che ho scelto?”
La distanza rimane. La nostalgia probabilmente anche.
Ma possiamo imparare a comprenderle meglio, ad ascoltare ciò che ci stanno dicendo, a distinguere ciò che possiamo cambiare da ciò che dobbiamo imparare ad accogliere e, soprattutto, a scegliere quale forma dare alla nostra presenza.
Forse è proprio così che le radici continuano a nutrirci mentre, altrove, continuiamo a mettere nuove foglie.
Riferimenti e approfondimenti
- Schiefer, D., Nowicka, M., & Morgenstern, S. (2025). Feelings of Guilt When Caring for Parents Across Borders: The Role of Gender and Country-Specific Care Systems and Norms. Global Networks, 25(4), e70027. DOI: 10.1111/glob.70027.
- Merry, L., & Bojarczuk, S. (2026). Transnational Care and Well-Being of Family Members Across Generations, Contexts and Countries: Comparative Approaches. Global Networks, 26(2), e70052. DOI: 10.1111/glob.70052.