LE FALSE WIN E L’ILLUSIONE DI COMPETENZA

Raggiungere un obiettivo è qualcosa a cui tutti aspiriamo. È riuscirci velocemente, ancora di più. Ma ci sono successi che hanno fondamenta profonde e altri che sono soltanto successi di carta.

Qualche esempio. Qundo evitiamo una conversazione difficile e ci raccontiamo: “Ho fatto bene a non dire nulla, così non abbiamo litigato”. È vero, non abbiamo litigato. Ma non abbiamo neppure affrontato ciò che ci disturba.

Oppure quando continuiamo a fare tutto da soli perché “così facciamo prima”. E probabilmente, quella volta, facciamo davvero prima. Ma continuando così non impariamo a delegare e gli altri non imparano ad assumersi quella responsabilità.

Sul momento ci sembra di aver fatto la scelta giusta. Ma a volte ciò che ci sembra una soluzione è soltanto il modo più semplice per aggirare una difficoltà o risparmiarci una fatica. Troviamo una soluzione, ma non “la soluzione”.

Esiste un concetto che descrive bene questo tipo di esperienza: false win.

Sono quelle situazioni in cui proviamo la soddisfazione di una vittoria perché abbiamo ottenuto un risultato, anche se quel risultato ci ha fatto crescere molto meno di quanto pensiamo. Le false win sono insidiose: funzionano abbastanza bene da convincerci a ripeterle.

Erica Dhawan  ha applicato il concetto di false win anche all’intelligenza artificiale, descrivendo quelle situazioni in cui riusciamo a ottenere un buon risultato senza aver necessariamente sviluppato la competenza che quel risultato sembra dimostrare. È una prospettiva che trovo particolarmente interessante, perché oggi questa distanza rischia di diventare sempre meno evidente.

Ed è proprio questo l’aspetto che mi incuriosisce: non soltanto ciò che l’intelligenza artificiale ci permette di realizzare, ma quanto i risultati ottenuti possano influenzare il giudizio che abbiamo delle nostre capacità.

Abbiamo a disposizione strumenti capaci di produrre risultati che, dall’esterno, possono assomigliare molto a quelli di una persona esperta. È un vantaggio enorme, che amplia ciò che possiamo fare, accelera il lavoro e ci permette di arrivare dove, da soli, avremmo impiegato molto più tempo.

Ma rende anche più difficile distinguere ciò che abbiamo realizzato da ciò che abbiamo davvero imparato a fare.

Possiamo preparare una presentazione spettacolare ma non essere in grado di sostenerla davanti a una domanda inattesa. Possiamo consegnare un progetto molto ben costruito ma non aver compreso fino in fondo le fondamenta o le fasi di sviluppo che quel progetto sembra dimostrare.

Il risultato c’è. Ma in cosa, concretamente, ci ha formati?

Ogni volta che il risultato supera il nostro livello di competenza reale, può crearsi quello che alcuni ricercatori hanno definito competence debt: una distanza crescente tra ciò che riusciamo a produrre con l’AI e ciò che siamo realmente in grado di comprendere e sostenere autonomamente.

Non è  così semplice accorgersene. Abbiamo raggiunto l’obiettivo, il lavoro è stato apprezzato, magari abbiamo ricevuto approvazione e riconoscimento.

Finché i risultati continuano ad arrivare, possiamo anche non accorgerci di questa distanza. E più quei risultati vengono riconosciuti e apprezzati, più può diventare difficile distinguere la qualità del nostro lavoro dalla nostra effettiva preparazione.

Ma c’è un aspetto che trovo ancora più interessante, e forse più insidioso.

Se continuiamo a ottenere risultati “facili” , senza essere pienamente consapevoli, possiamo finire per identificarci con una versione di noi più competente e performante di quanto siamo realmente. È un po’ come identificarci con il nostro avatar: l’immagine che restituiamo coincide con il risultato che siamo riusciti a produrre, ma non necessariamente con le competenze che possediamo.

È così che può alimentarsi un’illusione di competenza: il problema non riguarda più soltanto ciò che sappiamo fare, ma ciò che crediamo di saper fare.

Tradizionalmente, gran parte dell’apprendimento seguiva un percorso abbastanza riconoscibile: imparavamo, provavamo, sbagliavamo, correggevamo e, progressivamente, diventavamo capaci di ottenere un certo risultato.

Era un processo spesso lento, faticoso e a volte scoraggiante. Ma proprio quel percorso costruiva qualcosa che andava oltre il risultato: un sapere più solido, la capacità di affrontare l’imprevisto, un pensiero critico e anche una maggiore consapevolezza delle proprie capacità, dei propri limiti e dei progressi compiuti. Il risultato era la parte visibile, ma la trasformazione era avvenuta durante il percorso.

Oggi, in molti ambiti, possiamo ottenere il risultato senza attraversare tutte quelle tappe. È una possibilità straordinaria. Ma proprio per questo diventa ancora più importante essere consapevoli di ciò che abbiamo realmente imparato e di ciò che, invece, siamo riusciti a realizzare grazie allo strumento.

Nel coaching incontro spesso persone che faticano a riconoscere le proprie capacità, anche quando i risultati ottenuti le dimostrano chiaramente. Ma può accadere anche il contrario: che un risultato positivo ci porti ad attribuirci competenze che non abbiamo ancora sviluppato.

In entrambi i casi, il punto è lo stesso: riuscire a guardarci con sufficiente consapevolezza, distinguendo ciò che sappiamo fare, ciò che stiamo imparando e ciò per cui abbiamo ancora bisogno di un supporto.

Conoscere un contenuto, infatti, non significa soltanto leggerlo o riconoscerlo come corretto. Significa averlo elaborato abbastanza da riuscire a usarlo, metterlo in discussione, collegarlo ad altro e adattarlo quando cambia il contesto. C’è una grande differenza tra riconoscere un’idea e possederla davvero.

Nei prossimi anni avremo strumenti sempre più capaci di fare bene molte cose insieme a noi e, in alcuni casi, al posto nostro.

Forse una delle competenze più importanti sarà proprio imparare a riconoscere con lucidità ciò che sappiamo fare, ciò che riusciamo a ottenere grazie agli strumenti che utilizziamo e la distanza che, a volte, può esserci tra le due cose.

Perché un buon risultato può aprire una porta, ma è la competenza che ci permette di restare nella stanza.

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