MINDFULNESS: NON È QUELLO CHE PENSIAMO 


Negli ultimi anni la parola mindfulness è diventata onnipresente: nei corsi aziendali, nei libri, nelle app, nei percorsi di crescita personale.
E proprio perché la sentiamo così spesso, finiamo per attribuirle significati che non le appartengono.

C’è chi la riduce a una tecnica di rilassamento, chi immagina che serva a “svuotare la mente”, chi la associa a qualcosa di vago, quasi spirituale, e lontano dalla vita quotidiana.

In realtà è molto più semplice e, proprio per questo, incredibilmente potente.

Che cos’è davvero la mindfulness

La definizione più condivisa è quella di Jon Kabat-Zinn: portare attenzione, intenzionalmente, al momento presente, senza giudizio.

La mindfulness si fonda su tre elementi essenziali.

Il primo è l’attenzione intenzionale: significa scegliere consapevolmente dove portare la mente, invece di lasciarla vagare in automatico tra pensieri abituali, preoccupazioni o distrazioni.

Il secondo è il radicamento nel momento presente. Restare qui, in ciò che sta accadendo ora, senza farci trascinare continuamente nel passato o proiettarci nel futuro.

Il terzo è l’assenza di giudizio. Non vuol dire smettere di valutare o diventare indifferenti, ma osservare ciò che emerge, emozioni, pensieri, sensazioni, senza attaccarci a esso e senza trasformarlo in un attacco contro noi stesse.

Molte persone scoprono di praticarla già, in modo naturale: quando cucinano con presenza, quando ascoltano qualcuno senza interrompere, quando si accorgono di un’emozione prima di reagire.
La pratica formale non crea qualcosa di nuovo: rafforza una capacità che è già dentro di noi.

Cosa non è la mindfulness

Non è pensare positivo.
Non è convincersi che “andrà tutto bene”.
Non è evitare le emozioni difficili.
E non è nemmeno mettere la mente in silenzio.

Anzi: spesso fa il contrario. Porta a vedere con più nitidezza quello che proviamo.

Ci fa notare quando siamo in ansia, quando reagiamo per paura, quando stiamo raccontandoci una storia troppo severa su noi stesse.
La mindfulness non elimina il disagio: ci dis-identifica dal disagio, lasciandolo essere ciò che è, senza diventarlo.

È come passare dal trovarsi nel mezzo di una tempesta al poterla osservare da un luogo riparato. La tempesta c’è ancora, ma non ci travolge.

Cosa succede nel cervello (e perché serve continuità)

La ricerca neuroscientifica dimostra che la pratica costante modifica i circuiti che regolano attenzione, emozioni e percezione dello stress.

• Riduce la reattività dell’amigdala, il nostro “sistema di allarme”.
• Rafforza le aree prefrontali, quelle che ci aiutano a scegliere con lucidità.
• Aumenta la capacità di osservare senza reagire all’istante.

Studi sperimentali mostrano che gli effetti sulla regolazione emotiva iniziano a essere osservabili in modo stabile dopo alcune settimane di pratica regolare. In particolare, programmi di almeno cinque settimane, con una frequenza minima di tre volte a settimana e circa dieci minuti per sessione (quindi almeno trenta minuti complessivi a settimana), mostrano cambiamenti misurabili nella gestione delle emozioni.

La mente funziona per abitudini: i circuiti dell’ansia si rafforzano perché li percorriamo spesso.
La mindfulness costruisce strade nuove, e come ogni strada, va battuta perché diventi naturale.

Stiamo parlando di neuroplasticità. E questo è anche rassicurante, perché significa che la regolazione emotiva è una competenza allenabile.

Perché aiuta così tanto nei momenti di cambiamento

Ogni cambiamento importante, un trasferimento, un nuovo lavoro, una fase di incertezza, mette in moto il sistema nervoso.

E quando perdiamo familiarità, si attivano in noi più attenzione ai dettagli,  più bisogno di controllo, più autocritica e più paura di fare errori.

La nostra mente comincia a correre: costruisce nella testa situazioni che non sono ancora accadute, si confronta continuamente con il passato e prova ad anticipare tutto ciò che potrebbe andare storto.

La mindfulness ci permette di attraversare il cambiamento senza esserne travolte e  a distinguere tra ciò che sta accadendo davvero e ciò che la mente sta interpretando,  tra una difficoltà e la percezione di fallire.

Queste distinzioni ci permettono di ridurre l’ansia, aumentare la fiducia, e  di agire consapevolmente.

Perché la integro nel coaching

Nel mio lavoro con donne italiane che vivono e lavorano all’estero, vedo spesso come il cambiamento tocchi l’identità professionale e personale allo stesso tempo.

La mindfulness ci aiuta a restare centrate mentre attraversiamo l’incertezza. Il coaching ci aiuta a trasformare quella centratura in scelte concrete. Insieme creano una base stabile da cui possiamo muoverci con maggiore lucidità.

In questo modo è possibile accompagnare, in modo concreto, periodi complessi senza rischiare una crisi di valore.

 

La mindfulness è, senza dubbio, una competenza che ci permette di restare a contatto con noi stesse mentre la vita cambia.

E quando si vive all’estero, quando ci si reinventa professionalmente, quando si attraversano fasi di ridefinizione, questa competenza può fare davvero la differenza, con lucidità, coraggio e gentilezza.

 

Riferimenti:

Kabat-Zinn, J. (1990). Full Catastrophe Living: Using the Wisdom of Your Body and Mind to Face Stress, Pain, and Illness. New York: Delacorte.

Kabat-Zinn, J. (2003). Mindfulness-based interventions in context: Past, present, and future. Clinical Psychology: Science and Practice, 10(2), 144–156.

Davidson, R. J., & McEwen, B. S. (2012). Social influences on neuroplasticity: Stress and interventions to promote well-being. Nature Neuroscience, 15(5), 689–695.

Hölzel, B. K., et al. (2011). Mindfulness practice leads to increases in regional brain gray matter density. Psychiatry Research: Neuroimaging, 191(1), 36–43.

Soler, J. (2023–2024). Lezioni del Master in Mindfulness in Organizzazioni Consapevoli, Università di Barcellona. (Riferimento a evidenze sperimentali su regolazione emotiva e pratica minima settimanale).

 

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