LA SOLITUDINE CHE NON SI VEDE NELLE DONNE CHE VIVONO ALL’ESTERO


Quando penso alla solitudine di una donna adulta che vive all’estero, ho l’immagine di una donna non necessariamente sola, con poche persone intorno o una vita sociale povera. Mi viene in mente, piuttosto, una donna si è mossa con una sorta di pilota automatico, molto concentrata sulla gestione della quotidianità: la sua, quella del lavoro, della famiglia, dei figli.

Quando vivi all’estero, soprattutto all’inizio, c’è tantissimo da costruire. Devi imparare a muoverti dentro una cultura diversa, capire usi, pratiche, procedure e modi di fare che non ti sono così familiari. Devi trovare una casa, inserirti professionalmente, accompagnare i figli nel loro percorso, imparare nuovi codici sociali, costruire una quotidianità che poco alla volta inizi ad assomigliare a una vita normale. E così diventi brava a far funzionare tutto.

Nel frattempo, però, succede che dedichi meno spazio a un altro spicchio della vita, meno evidente ma altrettanto importante: creare relazioni profonde, momenti veri di condivisione, quella familiarità e quell’intimità che richiedono tempo e presenza.

Il senso pratico ha il sopravvento. Poi gli anni passano. I figli crescono, il lavoro trova una sua direzione, la casa c’è, il nuovo Paese ormai lo conosci e molte delle cose che all’inizio richiedevano uno sforzo sono diventate normali. Il tuo intorno è cresciuto ed è cambiato insieme a te.

Ed è proprio in quel momento che può comparire un vuoto. Ci sono colleghi, conoscenti, genitori dei compagni dei nostri figli, gruppi WhatsApp, cene, persone con cui uscire. Ma quello che manca è qualcosa di molto più sottile: lo sguardo complice, la battuta ironica che qui nessuno coglie fino in fondo, il pettegolezzo sul personaggio del paese che tutti conoscono, il bar dove sai chi potresti incontrare. Può mancare quella spalla che conosce già tutta la storia e alla quale bastano tre parole, perché tutto il resto lo sa già.

E una solitudine che, da fuori, si vede poco.

Quando chi è qui conosce il tuo presente e chi è là conosce il tuo passato

Trasferirsi da adulte significa lasciare anche una storia condivisa.

Le persone che incontriamo nel nuovo Paese imparano a conoscerci a partire dalla persona che siamo in quel momento. Conoscono il nostro lavoro, i nostri figli, la casa in cui viviamo, magari le difficoltà che abbiamo affrontato per inserirci. Possono diventare persone importanti, a volte anche molto importanti, ma non erano lì prima.

Non conoscono la ragazza che siamo state, le prime scelte, gli errori, le relazioni passate, le dinamiche della nostra famiglia, i luoghi che per noi significano qualcosa, tutte quelle piccole storie che nelle amicizie di lunga data non abbiamo più bisogno di raccontare.

Dall’altra parte, però, succede qualcosa di altrettanto particolare.

Le persone che abbiamo lasciato in Italia conoscono molto bene da dove veniamo, ma nel frattempo noi siamo cambiate. Abbiamo vissuto anni che loro hanno potuto seguire solo da lontano, abbiamo attraversato esperienze che appartengono ormai al nostro quotidiano e molto meno al loro. Sono cambiati i nostri riferimenti, alcune priorità, magari perfino il nostro modo di guardare certe cose.

E allora può succedere che qui ci manchi qualcuno che conosca davvero da dove veniamo e che, quando torniamo là, ci manchi qualcuno che conosca fino in fondo la vita che viviamo oggi.

È uno strano territorio intermedio, perché noi siamo entrambe le cose.

Siamo la donna che è partita e quella che, vivendo altrove, è diventata altro.

Una ricerca che mi ha fatto riflettere

Uno studio pubblicato nel 2026 sul Journal of Migration and Health, ha condotto utilizzando dati rappresentativi raccolti in Germania tra il 2012 e il 2020 su 634 persone immigrate e 6.609 non immigrate.

I ricercatori hanno studiato il ruolo della solitudine nel rapporto tra esperienza migratoria e andamento della salute mentale e fisica nel tempo. Il dato che ho trovato particolarmente interessante riguarda le donne: la solitudine risultava coinvolta nel rapporto tra status migratorio e peggioramento della salute mentale e, analizzando anche l’età al momento del trasferimento, questo meccanismo emergeva in particolare nelle donne arrivate in Germania in età adulta. Lo stesso risultato non è stato osservato negli uomini né rispetto alla salute fisica.

Naturalmente stiamo parlando di popolazione immigrata in Germania, con storie, motivazioni alla migrazione e condizioni di vita che possono essere molto diverse da quelle di una donna italiana che sceglie di vivere all’estero. Sarebbe quindi improprio trasferire automaticamente questi risultati a tutte le expat italiane.

Eppure il riferimento alle donne che si sono trasferite da adulte mi ha fatto riflettere.

Quando partiamo da adulte, infatti, abbiamo già costruito una parte importante della nostra rete affettiva. Abbiamo una storia, amicizie che magari durano da decenni, linguaggi comuni, rituali, persone con le quali la confidenza si è costruita attraverso anni di quotidianità condivisa.

Ricreare quella stessa profondità in un altro luogo richiede tempo. E proprio il tempo, negli anni in cui siamo impegnate a far funzionare la nuova vita, può essere la risorsa che dedichiamo meno alle relazioni.

Avere amicizie e sentirsi davvero in relazione

Credo ci sia una grande differenza tra avere delle amicizie e sentirsi davvero in relazione.

Esistono rapporti piacevoli, conoscenze che nascono per vicinanza, per i figli, per il lavoro, per gli ambienti che frequentiamo. Sono relazioni che possono rendere la nostra vita più ricca e piacevole e hanno certamente un loro valore.

Poi ci sono quelle che io considero amicizie vere. Sono le relazioni con persone che apprezziamo profondamente, di cui ci fidiamo e con cui sentiamo di poterci aprire nel bene e nel male. Persone che cerchiamo e che ci cercano, magari senza sentirci ogni giorno, ma con le quali, quando ci ritroviamo, riconosciamo un affiatamento che il tempo trascorso senza frequentarsi ha modificato poco.

Ci sono valori di fondo comuni, reciprocità e la sensazione di avere un posto nella vita dell’altra persona e che lei lo abbia nella nostra. A raccontare l’intimità, sono spesso le cose più semplici.

È l’amica a cui puoi chiedere di occuparti del gatto senza sentirti immediatamente in obbligo di restituire il favore in qualche modo, quella che fai entrare in casa anche se è tutto in disordine, quella con la quale puoi essere spontanea, senza sentirti giudicata, osservata o in competizione.

È la relazione nella quale puoi abbassare un po’ la guardia.

Quando ci accorgiamo che qualcosa manca

Quando finalmente riconosciamo questo vuoto, le reazioni possono essere diverse.

Possiamo sentire quasi il desiderio di recuperare il tempo perso e cominciare a guardarci intorno in modo nuovo: pensare a dove incontrare altre persone, riprendere i contatti con conoscenze che avevamo lasciato ai margini, iniziare noi a proporre qualcosa, cercare occasioni ed esperienze da condividere. Possiamo anche provare a recuperare maggiormente i rapporti con l’Italia, forse cercando lì quella familiarità che ci manca.

Oppure può arrivare lo scoraggiamento. Possiamo convincerci che ormai, da adulte, creare nuove amicizie profonde sia troppo difficile, soprattutto quando la vita di tutti è già piena e organizzata. E allora ci chiudiamo un po’, oppure torniamo a riempire il tempo di cose da fare, perché quello è il terreno sul quale per anni abbiamo imparato a muoverci bene.

Da adulte, forse, quelle relazioni che un tempo nascevano quasi spontaneamente dobbiamo anche decidere di coltivarle.

Richiede tempo di qualità, occasioni condivise e piccoli segnali capaci di dire “ci sono”, anche senza troppe parole. Richiede anche la disponibilità a proporsi prima di chiedere, a interessarsi, fare spazio, offrire qualcosa di sé e del proprio tempo.

E richiede reciprocità, perché una relazione profonda cresce quando entrambe le persone desiderano esserci.

Autenticità: forse il punto parte da qui

C’è però un altro aspetto che per me è fondamentale.

Per costruire relazioni autentiche dobbiamo essere disposte a essere autentiche noi per prime ed è la parte più impegnativa.

Essere autentiche significa riuscire a conoscere anche le nostre paure e le nostre insicurezze, il bisogno di essere approvate, il timore del giudizio, la paura di essere rifiutate o di investire in una persona e scoprire che dall’altra parte non c’è lo stesso desiderio.

Significa trovare una maggiore serenità dentro noi stesse, che ci permetta di entrare nelle relazioni senza dover dimostrare continuamente qualcosa, senza competizione e con la libertà di farci conoscere anche nelle nostre parti meno perfette.

Ed è proprio qui che, secondo me, mindfulness e coaching possono incontrare questo tema in maniera molto concreta.

La mindfulness ci aiuta prima di tutto ad accorgerci. A uscire per un momento da quel pilota automatico che per anni ci ha portate a occuparci soprattutto di ciò che andava fatto e a tornare ad ascoltare ciò che sta accadendo dentro di noi. Come sto nella vita che ho costruito? Cosa sento che mi manca? Quali emozioni emergono quando provo ad avvicinarmi agli altri? Cosa succede dentro di me quando temo il giudizio, il rifiuto o ….

Il coaching può aiutarci a fare un passo ulteriore, trasformando un generico “mi sento sola” in domande più precise: che tipo di relazioni desidero? Quanto spazio sto dando oggi a questa parte della mia vita? Dove potrei investire? Quanto sono disponibile a fare il primo passo e, soprattutto, a farmi conoscere davvero?

Perché possiamo desiderare relazioni profonde e continuare a riempire ogni spazio libero con lavoro, famiglia e impegni. Possiamo desiderare autenticità e, allo stesso tempo, proteggerci così tanto dal giudizio o dal rifiuto da mostrare agli altri solo una parte di noi.

Dopo aver costruito tanto, possiamo costruire anche questo

La solitudine, allora, può anche essere letta come un segnale. Può dirci che desideriamo maggiore autenticità, appartenenza, intimità e condivisione nella nostra vita.

E credo che quello spazio possa essere riempito, se abbiamo davvero il desiderio di investirci.

Possiamo cercare le persone con cui sentiamo una possibilità di sintonia, creare occasioni, fare il primo passo, dedicare tempo alle relazioni che hanno valore, permettere alla fiducia di crescere e osservare se dall’altra parte troviamo la stessa disponibilità.

Ma soprattutto possiamo lavorare su di noi per riuscire a stare dentro quelle relazioni con maggiore autenticità.

Forse, dopo aver trascorso tanti anni a costruire una vita all’estero che funzionasse, arriva un momento in cui possiamo dedicarci a qualcosa di diverso: costruire una vita nella quale, oltre a funzionare bene, possiamo sentirci profondamente noi stesse.

 

Fonte

Shi, S. & Loi, S. (2026), How loneliness mediates the association between migration status and health trajectories: Longitudinal evidence from Germany, Journal of Migration and Health, 13, 100408. DOI: 10.1016/j.jmh.2026.100408. (PubMed)

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