QUANDO ADATTARSI SIGNIFICA SMETTERE DI ASCOLTARSI

C’è una cosa che ho osservato spesso nelle donne che vivono all’estero e che, in alcuni momenti, ho riconosciuto anche nella mia esperienza: possiamo diventare bravissime ad adattarci. D’altronde, almeno all’inizio, è necessario. Così brave da non accorgerci più della fatica che stiamo facendo.

Da fuori, magari, la nostra vita sembra bellissima. Viviamo in una città che molti sceglierebbero per una vacanza, abbiamo costruito una famiglia, trovato un lavoro, imparato una nuova lingua. Sappiamo come muoverci, come risolvere i problemi, persino come interpretare quelle regole non scritte che all’inizio ci facevano sentire completamente fuori posto.

Con il tempo diventiamo capaci di gestire quasi tutto.

Spesso, però, facciamo fatica a riconoscere quanto siamo stanche o quanto ci siamo chiuse. Andiamo avanti senza ascoltarci davvero e senza chiederci di che cosa avremmo bisogno.

Il costo invisibile dell’adattamento

Gli studi di John Berry sull’acculturazione aiutano a dare un nome a questo processo: entrare in un nuovo contesto culturale richiede una vera riorganizzazione psicologica, sociale e identitaria. Non si tratta soltanto di imparare una lingua o capire come funziona la burocrazia. Dobbiamo trovare nuovi punti di riferimento, costruire relazioni, modificare abitudini e, poco alla volta, cambiare anche il modo in cui ci raccontiamo chi siamo.

La capacità di adattarci ci permette di affrontare le difficoltà, trovare soluzioni e costruirci una vita.

Il problema arriva quando continuiamo a farlo anche quando non sarebbe più necessario. Quando l’adattamento prende un po’ la mano e va, diciamo così, a briglie sciolte.

A un certo punto non ci fermiamo più a chiederci quanto ci stia costando tutto questo. Non ci domandiamo se ci faccia ancora bene, se lo stiamo scegliendo davvero o se, semplicemente, abbiamo imparato ad accettare ciò che non ci corrisponde più.

È lì che l’adattamento smette di sostenerci e comincia a portarci lontano da noi.

Quando adattarsi diventa automatico

Il lavoro rallenta o non ci soddisfa? Invece di fermarci, ci adattiamo: ci diciamo che dipende tutto da noi e che dobbiamo impegnarci di più.

La salute ci obbliga a fermarci? Ci adattiamo anche lì: pensiamo che sia solo un periodo e che presto passerà.

Le relazioni diminuiscono? Ci adattiamo ancora: decidiamo che, in fondo, non sono così importanti e possiamo farne a meno.

Andiamo avanti, ci organizziamo e cerchiamo una soluzione. È un modo di reagire che conosco bene e che tante volte mi è stato utile.

Poi ho capito che cercare subito una soluzione può anche impedirci di fermarci abbastanza da comprendere che cosa stiamo vivendo. Ogni difficoltà diventa qualcosa da sistemare, mentre quello che proviamo resta sullo sfondo.

A volte succede a una giovane donna che si trasferisce da sola e investe quasi tutte le sue energie nello studio o nel lavoro, nel tentativo di costruirsi un futuro e sentirsi all’altezza della scelta fatta.

Può succedere a chi cambia più volte città o Paese e ogni volta deve ricominciare, a chi ha costruito gran parte della propria vita sociale intorno alla coppia, oppure a una madre che, quando i figli crescono, scopre quanto molte relazioni fossero legate alla loro quotidianità.

Le situazioni possono essere diverse, ma il meccanismo è simile: continuiamo ad adattarci e a rispondere a ciò che la vita ci chiede, lasciando sempre meno spazio a relazioni, desideri e bisogni che siano davvero nostri.

E così continuiamo a fare. Diciamo sì anche quando vorremmo dire di no, ci occupiamo prima di ciò che serve agli altri e rimandiamo il tempo per noi a quando tutto sarà sistemato.

Solo che c’è sempre qualcos’altro da sistemare.

Il vuoto che possiamo sentire non nasce soltanto dalla mancanza di relazioni. Può nascere anche dal poco spazio che ci concediamo, dai bisogni che continuiamo a mettere da parte o dalla distanza che, senza accorgercene, si è creata tra quello che facciamo ogni giorno e quello che desideriamo davvero.

Credo che ogni tanto dovremmo chiederci se ciò che facciamo ci sta davvero nutrendo o se ci sta solo tenendo occupate.

Possiamo essere molto impegnate e sentirci comunque vuote. Possiamo avere una vita piena di persone e non sentirci realmente conosciute. Possiamo essere autonome e competenti, ma non sapere più che cosa desideriamo al di là di ciò che deve essere fatto.

Il punto non è smettere di adattarci. Vivere in un altro Paese richiede flessibilità e capacità di cambiare. Il punto è accorgerci quando stiamo continuando a farlo per abitudine.

Sto dicendo sì perché lo voglio oppure perché mi viene più facile che dire di no?

Quello che andava bene per me qualche anno fa va ancora bene oggi?

Fermarsi per tornare a sentire

È qui che può essere utile fermarsi, anche solo per pochi minuti, prima di ripartire con l’ennesimo elenco di cose da fare.

La mindfulness, che Jon Kabat-Zinn descrive come un’attenzione intenzionale al momento presente, coltivata con apertura e senza giudizio, può offrirci proprio questo spazio. Non una pausa per fuggire o per svuotare la mente, ma un modo per accorgerci di ciò che sta accadendo dentro di noi mentre accade.

Magari scopriamo una tristezza che abbiamo minimizzato, un bisogno che continuiamo a rimandare, un limite che non abbiamo mai espresso o una tensione alla quale ci siamo talmente abituate da considerarla normale.

Anche il corpo, qualche volta, prova a richiamare la nostra attenzione. La stanchezza che non passa, la tensione, l’irritabilità o la difficoltà a rilassarsi possono dipendere da molte cause e meritano una valutazione adeguata. Possono però offrirci anche l’occasione per domandarci da quanto tempo stiamo andando avanti senza ascoltarci davvero.

La mindfulness non serve a renderci ancora più efficienti. Di efficienza, spesso, ne abbiamo già abbastanza. Ci aiuta piuttosto a riconoscere ciò che sentiamo prima di partire automaticamente alla ricerca dell’ennesima soluzione.

Per molte di noi questo richiede allenamento. Sappiamo essere presenti per gli altri, comprendere le loro fatiche, anticipare ciò di cui hanno bisogno. Con noi stesse, invece, diventiamo rapidamente sbrigative: non è così grave, passerà, devo solo organizzarmi meglio.

Eppure riconoscere una difficoltà non significa piangersi addosso. Significa ascoltare un’informazione importante.

Forse, allora, ogni tanto vale la pena fermarsi e chiedersi: “E io, in tutto questo, dove sono?”

La risposta potrebbe non arrivare subito. Potrebbe comparire poco alla volta, quando iniziamo a concederci lo spazio per ascoltarla.

L’adattamento ci ha aiutate a costruire la nostra vita all’estero. Ogni tanto, però, abbiamo bisogno di fermarci e chiederci se il modo in cui continuiamo ad adattarci ci sta ancora portando verso la vita che desideriamo.

“Più la tua voce interiore diventa chiara, più sarai in grado di capire ciò che succede fuori.” (Dag Hammarskjöld)

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